Le procedure terapeutiche alle quali sottoponiamo la persona con afasia in Italia si risolvono spesso in un’opera di devastazione della sua identita’, molti procedimenti terapeutici contengono tratti di spersonalizzazione, i “pazienti” sono una casta che il sistema sociale dominante cerca di controllare prescrivendo loro ruoli che neutralizzano le spinte devianti e non sono certo io la prima a dire che l’ospedale e’ un Istituzione Totale (vedi Goffmann). Gli infermieri sono spesso temuti e gli sforzi dei parenti per ottenere la loro considerazione sono talvolta al limite dell’umiliazione. Molti medici vivono in un mondo parallelo che poco ha a che fare con le persone che curano, danno l’impressione di dibattersi a fatica in fatti a loro intollerabili, mostrano insicurezza dietro la durezza e la sbrigativita’ con la quale si esprimono, sembrano despoti non autorizzati sul corpo del paziente , ritengono la comunicazione un optional per professionisti impegnati ad acquisire abilita’ tecniche e competenze scientifiche che qualifichino il loro intervento…del resto sono i primi a mostrare tutta la loro fragilita’ quando dimostrano di avere fiducia in una sola verita’, quando credono che le loro spiegazioni razionali siano persuasive, quando ignorano strategie come la riduzione del danno da eccesso di informazione, il passaggio dalla comunicazione spontanea alla comunicazione per obiettivi, la patogenesi dell’errore in corsia …e tutto ciò è funzionale al sistema, perche’ il sapere certo del medico come dell’infermiere svolge una funzione ideologica: serve a mantenere immutata la realta’ invece che cambiarla, maschera i rapporti di potere, conferisce una falsa sicurezza che poi si palesa tutta insieme nel falimento della capacita’ di comunicare di questi operatori. Quando il medico attingendo a un sapere che ignora il soggetto mette tra parentesi la persona non fa’ di per se’ qualcosa di scorretto: adotta le metodologie delle scienze naturali ma deve essere consapevole che attiva un sapere parziale e che gli e’ richiesto di controbilanciare l’unilateralita’ con un ricorso complementare alle scienze umane, deve rendersi conto di non avere capito l’importanza fondamentale del linguaggio parlato , di non avere mai imparato non solo l’uso effettivo della retorica medica ma i suoi fondamenti, allo stesso modo in cui ha imparato i fondamenti dei metodi diagnostici. Tutto questo l’ho tratto dal Testo “Medical Humanities” di cui non ricordo l’autore ma soprattutto l’ho verificato frequentando l’Ospedale da “parente” e l’ho forse rappresentato io stessa come “professionista della salute” quando ero troppo giovane e inesperta per affrontare tematiche complesse sulla base delle assolutamente scarse competenze costruite nel mio percorso formativo genovese.