Quello che resta

httpv://youtu.be/oEZQdPHEnjw
Ero una bambina. Il mondo sembrava cosi’ semplice.
«Tu cosa leggevi quando andavi a scuola?» Io la scuola l’avevo incominciata da poco, e libri ancora non riuscivo a leggerli. In casa ce n’erano parecchi:la maggior parte,di narrativa, di mia madre e gli altri, soprattutto codici, di mio padre. Libri portati a Genova, città straniera per entrambi, al momento del matrimonio.
Non ricordo la prima parte della risposta, ma a un certo punto una frase mi ha lasciata incredula: «E poi ogni sera prima di andare a dormire leggevo il dizionario.»
Non riuscivo a credere a quello che avevo sentito. «Ma mamma, non sapevi parlare?!Avevi bisogno del dizionario? Che vergogna !» E giù a ridere, ma poi un pensiero nuovo di tenerezza per quella ragazzina che aveva bisogno di leggere il dizionario per poter parlare.
Non ricordo neanche le parole che ha usato per spiegarmi l’uso che faceva in realtà del dizionario. Affinare il linguaggio, conoscere nuovi termini e quindi nuovi mondi, capire l’origine delle cose che diciamo? Anni mi separavano ancora da questi concetti.
httpv://youtu.be/-LIJ9v1sp2Q
Troppo complicato da capire;a sei anni, era più divertente immaginare quella luce sul comodino che illuminava lo studio di parole che il giorno dopo avrebbero permesso, chissà, di chiedere finalmentea voce alta, compitando sillabe appena apprese,cose fino al giorno prima senza nome.Pa-stic-ci-ni, map-pa-mon-do, man-gia-na-stri, o forse no; i mangianastri in quegli anni forse non c’erano ancora.
Poi non ne abbiamo più parlato, ovviamente. Ma ricordo quando mi ha detto che aveva provato a leggere l’ultimo libro della Maraini e non lo capiva. In quei giorni riusciva ancora a chiudere in tre turni a ramino dandomi 200 punti secchi. Ma poi anche quello rapidamente in poche settimane si é sbriciolato. E ricordo anche il suo sguardo sospettoso quando mi accusava un po’ ridendo un po’ no di imbrogliare perché mettevo sul tavolo carte che non avrei potuto mettere.Ma non era più certa di quello che diceva.
httpv://youtu.be/FaJru5Yz0PM
Fra i tanti addii che si dicono a chi vive i suoi ultimi anni subendo i danni che procura al cervello una demenza multinfartuale, uno dei più protratti é quello del linguaggio. Si passa dalle frasi dotate di senso alle frasi prive di senso; alle parole singole; poi alle insalate di sillabe, poi a rumori indistinti in cui, improvvisamente, riappaiono parole di senso compiuto. A volte anche coerenti con il contesto.
« Sei vera ?» con tono perplesso una volta che si é svegliata da un riposo pomeridiano e mi ha vista seduta accanto al letto con un giornale in mano. L’ho toccata, perché le parole non pensavo sarebbero state sufficienti. «Si’ sono vera, sono qui davvero» ma chissà dove era già tornata in quel momento.
Cosi’, piano piano, alla fine lei é diventata il mio dizionario. Standole accanto ho imparato a trovare nuovi significati a parole semplici, banali, che credevo di conoscere e che usavo senza pensare. Verbi : sfiorare,osservare, accarezzare, respirare, ridere, parlare; sostantivi : immobilità, vuoto, silenzio, sorriso, sguardo; avverbi : ora, mai, sempre.
httpv://youtu.be/dHNFTpYi36w
Parole che ora riesco ad accostare infrasi semplici in cui ogni parola evoca un nuovo mondo possibile.
Accettare il cambiamento e la perdita.
Stare nel vuoto che progressivamente si allarga.
Lasciare spazio a nuove emozioni.
E ancora adesso, a distanza di cinque mesi esatti dalla sua morte, ogni sera capisco nuove sfumature di quello che abbiamo vissuto insieme in questi sette anni. Non penso che questo la consolerebbe. Ma aveva studiato per diventare maestra, e in un modo imprevisto, e certamente non auspicabile per nessuno, il suo lavoro alla fine l’ha fatto.
Testimonianza di una figlia, 22/11/2013