I mille mondi possibili

Ai familiari di alcuni pazienti, la cui compromissione li ha resi per sempre inaccessibili rispetto ai tradizionali strumenti della comunicazione verbale, lasciandoli comunque presenti emotivamente, fisicamente e sentimentalmente, chiedo di “entrare nel loro mondo” dopo aver fatto il faticosissimo percorso di distacco da se stessi e dal proprio linguaggio. Percorso che non si compie mai del tutto. Quante volte mi sorpredo ancora a rivolgermi ad una persona con delle domande, pur sapendo che mai questa persona potrebbe rispondermi e quindi con l’implicita intenzione di verificare la sua (in)competenza piuttosto che mettermi davvero in contatto con lei. Il lavoro da fare su di sè è lungo, siamo troppo abituati a pensare che se nella testa non avviene tutto ciò che normalmente avviene nella nostra mente di adulti, allora è come se non avvenisse nulla. E per far capire cosa intendo provo spesso a sollecitare paragoni con la condizione del lattante, pur sapendo che è diverso…ma per suggerire una riflessione sul nostro diverso modo di relazionare con una mente che si comporta in modo diverso dalla nostra. In un caso viene naturale usare molto il colore della voce e il corpo per intero (dondoliamo,accarezziamo, ci avviciniaamo, sorridiamo) ma se le stesse cose le facciamo con un adulto, ci sentiamo malissimo, deprivati di una vera relazione. Eppure nessuno negherebbe che lo stringere tra le braccia un bambino e guardarsi non rappresenti una relazione. Mi si dice “Sì ma in quel caso siamo felici perchè sappiamo che è una fase…”. Ma è sempre una fase. Anche se seguirà il progressivo aumento della nebbia o la morte. Dovrebbe essere possibile godere anche di quel momento, saperci stare per apprezzarlo fino in fondo. Si riesce a fare, dopo grande lavorìo su di sè, dopo una vera decostruzione, con un senso di abbandono che forse non ha tutti è consentito dalla propria natura. Ma quando si riesce, credo sia una specie di oasi felice. Non ho piu’ bisogno che tu parli, mamma. Non sono orripilata da come ti metti le dita in bocca, papà. Ti guardo, ti rassicuro con le mie carezze. SENTO quando sei contento. Ti consolo quando sei triste e nessuno sa il perchè, neanche tu. Non ti chiedo di assomigliare all’adulto che sono io, non ti metto dentro i miei pensieri. Non intepreto tutto ciò che fai, e quel che non fai più, alla luce dei miei perfetti strumenti cognitivi. Accetto di guardare il mondo come probabilmente lo vedi tu, luci e ombre, sorrisi familiari, mani morbide, rumori angosciosi che fanno paura, cose che mi appaiono improvvisamente davanti e mi spaventano, caldo delle coperte, movimenti che faccio senza volerlo ma che mi fanno bene. Ecco, quando ci riesco, quando entro nel tuo mondo e non cerco di portarti nel mio, che hai abbandonato, siamo di nuovo insieme
Ma non voglio nascondermi dietro a un dito e fingere che sia facile. Per noi che invitiamo gli altri a farlo, ma poi ci chiudiamo la porta alle spalle, certo è facile…ma vivere davvero queste situazioni e ripetutamente…tutt’altro paio di maniche.
Qui allego il file di una persona che vocalizza per ore senza apparente significato. Le persone vicine risentono enormemente di questo sottofondo continuo. E i nostri tentativi di ricondurre questa manifestazione ad un disagio da poter poi eliminare sono tutti vani. In questo caso cosa suggerire? Se le stiamo accanto a volte risponde al saluto e interrompe la litania, se la guardi non sembra stare male o avere qualche disagio. Pare piuttosto che nel suo mondo, QUELLO sia l’unico modo di essere accettabile e in qualche strano senso funzionale. Dobbiamo allora accogliere il disagio degli altri e far capire che la soluzione non può essere isolare chi da disturbo. Ma quale è la soluzione?
audio
(tra parentesi il libro della Sclavi non c’entra strettamente, ma è interessantissimo!)